Musica per il catering. Intervista a Michael Byrne

Le interviste di Kitchen Wishes, parte prima
 
Da questa settimana “La ricetta che non c’è” darà voce ad alcuni dei collaboratori “multimediali” di Kitchen Wishes: coloro che rappresentano per noi un valore aggiunto prezioso, aiutandoci a sviluppare la nostra visione laterale di un catering creativo e contemporaneo, che coinvolge tutti i sensi.
Cominciamo con Michael Byrne, musicista, d.j., alchimista sonoro, creatore di musica per eventi.
 
 
Benvenuto a “La ricetta che non c’è”. Cominciamo dalla più classica e ovvia delle domande: come hai cominciato a fare musica? 
Il mio primo strumento è stato il sax e, da precoce amante del jazz, mi sono abituato fin da subito ad apprezzare le più varie contaminazioni, quali l’acid jazz e il trip hop.
A circa 15 anni mi sono innamorato della musica elettronica, prevalentemente sperimentale e techno. Il passo successivo è stato cercare di miscelarla, creando un linguaggio personale.
  
Quali sono le tue influenze musicali e i tuoi artisti di riferimento?
Non saprei da che parte cominciare… posso solo elencare in ordine sparso alcuni nomi di musicisti molto diversi tra loro che nel corso degli anni mi hanno ispirato:  Donald Byrd, James Brown, Fela, Moondog, J Dilla, Quantic, Mathew Jonson, Plastikman, Aphex Twin, James Holden. Ma l’elenco sarebbe davvero lunghissimo.
 
Come e quando hai cominciato a collaborare  con Kitchen Wishes? 
Il primo passo è stato il progetto Food Frequency, da lì il passaggio a una collaborazione più continuativa è stato molto naturale.
Devo dire però che la nostra prima vera collaborazione è stato… il mio matrimonio!
In quell’occasione Giulia ed Elena si sono occupate di tutta l’organizzazione, io della musica.
 
Raccontaci l’evento di Kitchen Wishes in cui ti sei trovato meglio e cosa hai fatto in quell’occasione.
Sicuramente l’evento che più mi ha emozionato è stato Momenti, che mi ha permesso di inventare di un autentico “giardino sonoro”. Mi sono occupato della sonorizzazione del giardino, utilizzando musica elettronica elaborata con rumori concreti di una cucina. Devo dire che la sinergia con tutto il gruppo Kitchen Wishes quell’occasione fu davvero speciale.
 
Cosa ami del creare musica per eventi? 
Amo improvvisare. Raramente preparo una “scaletta”, mi diverte leggere e decifrare quello che ho davanti a me: l’ età dei presenti, il loro coinvolgimento, immaginare quelli che potrebbero essere i loro gusti. La ricerca del brano perfetto nel momento giusto.
La mia idea, condivisa da tutto il gruppo di lavoro, è che ogni situazione preveda atmosfere diverse: la musica non può essere standard, buona per ogni occasione, ma deve rispecchiare l’anima dell’evento.
Così come il menu, le bevande, la scenografia.
Kitchen Wishes lavora così, e io pure.
 
 
Perché hai scelto di legare la tua musica a situazioni precise, eventi, cene etc.?
Hai scelto un approccio a più livelli sensoriali molto originale.
Mettere musica durante simili eventi è stimolante perché non si deve essere invadenti, deve essere come una ventata che ti accarezza ma non ti sovrasta, le persone devono essere libere di interagire ma allo stesso tempo percepire qualcosa che le faccia sentire bene, che le faccia sorridere, muovere anche solo un piede o accendere un ricordo.
La musica è un potentissimo interruttore di ricordi.
Trovo affascinante anche trovare i collegamenti fra musica, ambiente e gusto, come per esempio nel caso di una cena. In questo senso ritengo che il mio approccio sia effettivamente multisensoriale.
Tutto questo mi diverte molto, ed è un’esperienza completamente diversa da quella di un dancefloor, che è senz’altro stimolante ma su altri piani.
 
Per concludere, mi racconti un aneddoto buffo o strano di una tua serata?
Beh, ne sono successi tanti. Per esempio, una volta, mentre stavo suonando Miles Davis mi è stato chiesto di mettere un brano di Adriano Pappalardo. La mente delle persone è strana…
un’altra volta mi sono trovato di fronte un russo che voleva assolutamente darmi 100 euro per mettere una canzone pop russa degli anni ’80.
Ma forse il momento più divertente è stato quando un tipo mi ha chiesto: “scusa, ma la musica esce dai giradischi o dalle casse?”
 
Grazie del tempo che mi hai dedicato, Michael, e a presto… ma, aspetta, un’ultima cosa: il russo te li ha dati, alla fine, quei 100 euro?
Risponderò solamente davanti al mio avvocato.
 
La ricetta che non c’è tornerà più presto del solito… restate connessi!
 
Photo Credits: Matteo Lodolo

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